Gusti in saldo

49a edizione

Gallery Proposte di sviluppo prodotto · tema 1

“Decorazioni (al merito)”

Gallery Proposte di sviluppo prodotto · tema 2

“Geografie confuse”

Gallery Proposte di sviluppo prodotto · tema 3

“Fumetti dal vivo”

Gallery Proposte di sviluppo prodotto · tema 4

“Soggetti smarriti”

Gallery Proposte di sviluppo prodotto · tema 5

“Senza storia”

Gallery filati

Gallery cartelle colore

Introduzione

A cura di Gianni Bologna

L’argomento della scansione del tempo, in passato generatrice di molti fenomeni tra cui quello delle “mode” (e la sua attuale scomparsa) è stato già toccato in parte in alcune edizioni passate delle proposte di sviluppo prodotto di FILO. È scontato che il fenomeno in questione sia assurto a tratto distintivo del vestire odierno, a certezza verificabile nella nostra quotidianità. Spostiamo dunque l’attenzione dal TEMPO allo SPAZIO mentale, personale, territorio delle nostre espressioni e al cambiamento delle sensibilità in proposito.

La considerazione prima, e ovvia sin dall’inizio, è che questa presentazione è incentrata unicamente sullo street style o meglio SUGLI street style poiché oggi nulla meglio di quanto si vede per strada rappresenta ciò che poi risale a monte e viene eventualmente rielaborato dai creatori.

Le divagazioni vestimentarie che giornalmente si presentano alla nostra vista statuiscono senza equivoci possibili la rinuncia allo status di un codice condiviso, di un veicolo portatore del senso di una qualche idea di “bellezza” rispondente a codici accettati dai più e si palesano invece nel loro nuovo ruolo: quello di parte visibile dell’iceberg dell’autoreferenzialità, della disarticolazione (del gusto) e della frammentazione (del mercato).

L’altra considerazione doverosa è che, dal momento che una sfera pubblica non sussiste più, possono esistere solo delle attività private esibite pubblicamente e, accertato che non esiste più un “io” né un sentire collettivo, ma vigono solo istanze personali si giustifica perfettamente il fatto che invalgano le “voglie”, gli “sfizi” e  necessariamente non esista più  un’estetica o una moda accettata al di là del singolo o poco più.

In questo panorama a prima vista caotico e “illeggibile” si possono decriptare spunti non privi di interesse. La chiave di lettura deve semplicemente fare un passo avanti, o meglio di  lato, e cogliere che gli stili della strada si situano ipso facto fuori dal sistema temporale che era quello della moda “di tendenza” definendo così soltanto l’oggi, il qui-e-ora come status di un presente generativo ma non narrativo e si pongono anche fuori dallo spazio  condiviso di un’estetica comunemente accettata e generatrice di un tipo di mercato come l’abbiamo conosciuto sino al recente passato. Prendiamo atto che al momento questo stato di cose non pare essere modificabile. Né si vede come potrebbe esserlo date le dimensioni del condizionamento comunicativo generatore di questo atteggiamento comportamentale.

Ciò che risulta spesso arduo da introiettare è che questo presente generativo ma anche anti-narrativo dia origine ad una mancanza di visioni creative influenti e stabili sul mercato in genere ma anche presso i vecchi e nuovi  trend setter “istituzionali” e generi solo influssi estemporanei e meteorici di modi vestimentari nati dal nulla e che velocemente al  nulla ritornano.
A meno che non si considerino quelli che procedono da valle a monte. Ovvero l’inversione del flusso.

Ci si chiede quindi se ciò che pare essere un personalismo solipsistico, un anticonformismo assoluto non diventi così un conformismo totalizzante. Il conformismo della volubilità e dello spontaneismo che poco ha a che vedere con ciò che i creativi immaginano sarà indossato. Se non si penetra questa logica e se ne diventa parte si va fuori strada e non si coglie il codice interpretativo in questo che è il tempo delle libertà obbligatorie. Ma giocare sulle sfaccettature e sui significati molteplici di questo “conformismo anticonformista” è forse la chiave di quel passo indietro o meglio “a lato” cui si accennava prima e può avvalersi dell’uso della comunicazione (Internet soprattutto) in veste di generatore di inclusività. Questo punto assume importanza presso le fasce di mercato più giovani. In ogni caso un prodotto (anche di lusso) non può più pensare di essere venduto solamente per il nome che porta. Le fasce più giovani di consumatori tendono ad apprezzare maggiormente il sentirsi parte di una comunità, piuttosto che di riconoscersi in un logo. Da qui l’importanza di essere “inclusivi”. Questo non significa che il mercato di alta gamma non debba comunque difendere e conservare le sue caratteristiche altrimenti rischia di distruggere il mercato acquisito.

Un punto è fondamentale per tutte le sezioni della filiera: concentrarsi nella propria specialità, affinare le presentazioni e apportare al prodotto gli adattamenti su richiesta della clientela. Delimitare i confini di uno spazio di cui si acquisisce il pieno possesso e in cui si è visti come un punto fermo.

E a proposito di “spazi”,  reali o virtuali che siano, la parola chiave da usarsi in queste condizioni  è più propriamente “confini”.
È possibile che i confini, spariti dalla superficie degli atlanti, per molti versi sopravviveranno nel sistema dei segni (quindi anche di quello vestimentario) come linee che lo attraversano verticalmente invece di disegnare orizzontalmente sulla superficie della terra le geometrie di un qualsivoglia territorio.